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Divina commedia I :
l'amore di Dante Gabriele Rossetti
Fatti non foste a viver come bruti ,
ma per seguir virtute e canoscenza .

Dante, Inferno XXVI

Esoterico era l'insegnamento impartito ai discepoli di alcune scuole filosofiche (segnatamente, il Pitagorismo): si trattava di un sapere intimo e segreto che, per tale sua natura, non doveva essere reso pubblico. Esoterici erano i riti degli antichi Misteri, riservati ai soli iniziati. La circostanza storica che Gesù Cristo non ha, personalmente, scritto la propria dottrina è stato di premessa alla nascita di un Cristianesimo esoterico, ossia degli iniziati, critico nei confronti dell'interpretazione canonica delle Sacre Scritture contestando l'esclusione dei Vangeli apocrifi. La filosofia antica, come ha esemplarmente chiarito Aristotele nell'"Etica Nicomachea", non era teso solo verso la conoscenza in senso positivo (phrónesis"), relativa alle cose mutevoli e contingenti, ma a una suprema ed a volte magica sapienza ("sophía"), con riferimento alle cose eterne e, quindi, capace di far venire allo scoperto la parte divina di coloro che la raggiungevano. Da ciò la ritrosia nei confronti della parola scritta, del libro, di ciò che è compiutamente esplicato e non velato, da cui il termine rivelazione, che appunto non distingue fra coloro che hanno i requisiti per accedere alle verità superiori e coloro che non li possiedono. Platone, ad esempio, nella VII lettera (generalmente considerata autentica), così si esprime:

"Ogni uomo serio deve con grande cura evitare
di dare mai in pasto le cose serie,
scrivendo su di esse, all'invidia e all'incapacità di capire degli uomini.".



È questo il caso della magia, dell'alchimia, dell'astrologia, e non solo per quanto riguarda la comunicazione scritta, ma anche quella delle arti figurative: ad esempio, le sculture delle cattedrali gotiche. Nella XIII epistola, indirizzata a Cangrande della Scala, Dante Alighieri afferma che, a proposito della "Divina Commedia",

«...è da sapersi che il senso di quest'opera non è unico, anzi può dirsi polisema, cioè di più sensi ("dici potest polisemas, hoc est plurium sensuum"). Infatti il primo senso è quello che si ha dalla lettera, l'altro è quello che si ha dal significato attraverso la lettera ("nam primus sensus est qui habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram"). E il primo si dice letterale, il secondo allegorico o morale o anagogico ("et primus dicitur litteralis, secundus vero allegoricus sive moralis sive anagogicus"). E si può esaminare questo modo di esporre, affinché appaia meglio, in questi versi: "All'uscita d'Israele dall'Egitto, della casa di Giacobbe di fra un popolo barbaro, la Giudea diventò il suo santuario, Israele il suo dominio." Infatti se guardiamo alla sola lettera, ci è significata l'uscita dei figli d'Israele dall'Egitto, al tempo di Mosè; se all'allegoria, ci è significata la nostra redenzione operata per mezzo del Cristo; se al senso morale, ci è significata la conversione dell'anima dal lutto e dalla miseria del peccato allo stato di grazia; se a quello anagogico, ci è significata l'uscita dell'anima santa dal servaggio di questa corruzione alla libertà della gloria eterna.

E benché questi sensi mistici si appellino con vari nomi, si possono generalmente dir tutti allegorici, in quanto sono diversi da quello letterale o storico. Infatti si dice allegoria, dal greco "alleon", che in latino si dice "alienum" o "diversum". Visto ciò, è chiaro che occorre che duplice sia il soggetto, intorno al quale s'alternino i due sensi. E perciò si deve vedere riguardo al soggetto di quest'opera, secondo che si prende alla lettera; quindi, secondo che s'interpreta allegoricamente. Il soggetto di tutta l'opera dunque, presa solo letteralmente, è lo stato delle anime dopo la morte inteso genericamente; infatti su di esso e intorno a esso si svolge il procedimento di tutta l'opera. Se poi l'opera si prende allegoricamente, il soggetto è l'uomo, secondo che meritando o demeritando per la libertà d'arbitrio è soggetto alla giustizia del premio e del castigo.»


Questa è la vera chiave della Divina Commedia offerta proprio dall’autore. Proprio partendo da questo presupposto già i primi commentatori si chiesero chi fosse Beatrice, questa figura misteriosa di cui Dante dice di "cosa che mai non fu detta d'alcuna". Donna reale o creatura simbolica? A partire da Boccaccio si è andata consolidando l'interpretazione pragmatica di Beatrice con l’identificazione nella figlia di Folco Portinari, come oggi persiste nell’opinione più diffusa e nella didattica. Ma Francesco Buti, nel suo commento alla "Commedia" del 1380, non solo nega l’identificazione di Beatrice con la Portinari, ma esclude che si tratti di una donna realmente esistita. Il Filelfo, sempre nel '400, arriva ad ipotizzare che sia un solo un simbolo, come verrà sviluppato dal Rossetti. Nel 1723 il canonico Anton Maria Biscioni, nei suoi "Studi danteschi", considera Beatrice un simbolo di sapienza, Sophia, la Sapienza di Salomone.

Ma è Gabriele Rossetti, carbonaro e Rosacroce, (1783-1854), letterato e padre dei poeti in lingua inglese Dante Gabriele e Christina, che completa la rivoluzione in chiave allegorica. I suoi studi danteschi sono raccolti nel "Commento analitico alla Divina Commedia" del 1826-27, e nei "Ragionamenti sulla Beatrice di Dante" del 1842 . In essi introduce il tema dell'appartenenza di Dante alla setta segreta detta dei Fedeli d'Amore, il cui fine era una riforma radicale della Chiesa nel senso della fine del suo potere temporale e della sua restituzione piena al regno della spiritualità. Tuttavia il rischio delle persecuzioni feroci e brutali del potere ecclesiastico nei confronti degli oppositori e d’ogni forma d'eresia, vedasi la crociata contro gli Albigesi del 1208-29, suggeriva a Dante ed a coloro che come il medesimo ragionavano, una grande prudenza. Da qui il sorgere di un linguaggio criptato adatto ad essere compreso solo da determinati soggetti che ne possedessero le chiavi. Insomma, Dante era entrato a far parte di una setta, i "Fedeli d'Amore", i cui seguaci fingevano di sospirare per delle donne angelicate (la Beatrice di Dante, la Laura di Petrarca, la Fiammetta di Boccaccio), che invece simboleggiavano l’amore per una verità diversa, la tradizione di una sapienza occulta, risalente agli antichi Egiziani e ai Greci e proseguita dai manichei, dai patarini e dai poeti siciliani della corte di Federico II. Rossetti identifica quindi Beatrice con la Sophia degli antichi.

Tale teoria verrà ripresa, con vigore, da Giovanni Pascoli, e da un suo discepolo, Luigi Valli, professore di filosofia nei licei. Con quest’ultimo, la tesi dell'appartenenza di Dante alla setta dei Fedeli d'Amore; la natura simbolica di Beatrice, come Sapienza mistica del "Cantico dei Cantici"; sfocia nella funzione rinnovatrice della società della Croce (la Chiesa) e dell'Aquila (l’Impero) nei due campi della vita attiva, presieduta dalla giustizia umana, e di quella spirituale e contemplativa, presieduta appunto dalla sapienza divina. In questo contesto si inseriscono le raffigurazioni dantesche del figlio di Rossetti Dante Gabriele Rossetti. Dante Gabriel Rossetti (Londra, 12 maggio 1828 - Birchington, 10 aprile 1882) pittore e poeta inglese, fu tra i fondatori del movimento artistico dei Preraffaelliti insieme a William Hunt, Ford Madox Brown e John Everett Millais. Si interessò sin dalla giovinezza a Dante ed ai poeti del Dolce Stil Novo, passione ereditata dai genitori, ma anche ai romantici inglesi, alle novelle gotiche e agli scrittori americani come Edgar Allan Poe.

I suoi dipinti sono ascrivibili alla corrente europea del simbolismo. Per supportare la tesi della sua appartenza ai Rosa+Croce, nella tradizione paterna, dobbiamo ancora una volta fondarci sulle sue opere, ma già la sua inclusione tra i Simbolisti, come abbiamo già riportato in un precedente articolo su Hera, induce a fondati sospetti. Di certo neanche lui si è sottratto al disegno del simbolo del pellicano, disegno conservato a Birmingham City, Museum and Art Gallery, raffigurato stavolta secondo il corrispondente geroglifico egizio, di profilo, e non nella modalità cristiana. Ma il pellicano, questo uno strano volatile, di abitudini acquatiche, che si nutre prevalentemente di pesce è un simbolo di certa provenienza egizia. Troviamo infatti la più antica citazione del pellicano in Egitto, nei Testi delle Piramidi, paragrafo 278-279 nella traduzione di Kurt Sethe, laddove il volatile è raffigurato come simbolo solare dal cui becco spalancato sorge il divino astro luminoso, quando nasce nel nome di Atum. Ma, nel suddetto verso, l’urlo del pellicano è l’angosciosa predizione della fine del mondo, quando l’uccello medesimo si accorge che nulla più fuoriesce dal suo becco. Il testo, veramente ricco di suggestione e mistero, recita:

Il Pellicano predirà, lo Splendente si manifesterà,
il Grande si alzerà e l’Enneade si metterà a gridare;
la pianura sarà accerchiata, le due estremità si riuniranno,
le due rive si ricongiungeranno,
le strade diventeranno impraticabili ai viaggiatori
e le salite saranno distrutte per quelli che vorranno andarsene.



Nelle citazioni geroglifiche, il pellicano non viene mai raffigurato frontalmente e si distingue dall’ibis, altro uccello sacro, per la figura molto più tozza e la diversa conformazione del capo. Addirittura nelle citazioni fonetiche il medesimo ha nome Kemi, lo stesso nome dell’Egitto, all’origine etimologica del termine alchimia. Ecco che nella modalità scelta da Dante Gabriele Rossetti per disegnare il pellicano è facile scorgere qualcosa di molto vicino alla dottrina rosicruciana della resurrezione. Ma il dipinto più importante della tematica dantesca del Rossetti è “Beata Beatrix”, un olio dipinto nel 1863, un’opera comunemente ritenuta di simbolismo misterioso. Si tratta di un dipinto allegorico, ritenuto ispirato dalla morte della moglie di Rossetti, mancata per un avvelenamento da laudano, la droga degli intellettuali dell’epoca.

Raffigura la donna (che era stata modella del pittore) in una posa languida e sensuale; la sua chioma, naturalmente rossa, è come raccolta in un'acconciatura sfatta e sulle sue mani si sta posando un uccello rosso, simbolo della spiritualità, ma anche allusione al laudano che ha ucciso la donna, per il rametto che porta nel becco. Alle sue spalle, una scena soffusa raffigura due personaggi, forse Dante e Virgilio. Ma il simbolismo dell’uccello rosso, ricorrente fino ai giorni nostri, da D’Annunzio al film capolavoro “I Lautari” di Emil Lotijanu, Russia, 1972, la dice lunga sul significato dell’opera. Suggeriamo la visione di tale film, dove tale simbolo ha un significato di trascendenza assoluta dell’amore, per meglio comprenderne il significato, non sintetizzabile negli spunti necessariamente brevi di questa trattazione.


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