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Il tempo e le sue parti
Raffigurazioni simboliche del tempo e suoi significati

“ Che cos’è dunque il tempo?
Se nessuno me lo chiede lo so,
se voglio spiegarlo a chi me lo chiede,
non lo so più.”
Sant’Agostino, Confessioni


Il Tempo nella tradizione classica e simbolica

Nella tradizione classica il tempo è stato rappresentato con una duplice modalità: come principio di vita e di fecondità è personificato da Oceano, con un rivelatore parallelismo col simbolismo dello scorrere dell’acqua, o come generatore di morte e di distruzione, nella figura inesorabile di Saturno, il Dio dai Torti Pensieri. Secondo Ferecide di Siro (VI secolo a.C.), il tempo è l’essenza dell’universo e dal medesimo derivano tre dei quattro elementi cosmici: l’acqua, l’aria ed il fuoco. Allo stesso Ferecide è dovuta la teorizzazione della nozione astratta di tempo (chronos) e la sua rappresentazione nella figura del dio agricolo Crono, sposo di Rea e padre di Zeus, sfruttando la similitudine dei due nomi. Nella Tradizione Romana esiste la figura, molto importante dal punto di vista simbolico, di Giano bifronte, custode dell’Anno Nuovo. I suoi due volti, uno che guarda all’anno che termina, l’altro a quello che inizia, rappresentano la continuità, ma anche la discontinuità del tempo, discontinuità sottolineata dalla circostanza che un volto è giovane ed imberbe e l’altro è avanti negli anni e barbuto.



Il terribile dio Crono di Goya

Ma, tornando al dio Crono, ricordiamo ciò che sicuramente tutti conoscono, e cioè che, nella sua più significativa rappresentazione simbolica, egli divorava i suoi figli, cioè i secondi, i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni. Sotto tale profilo particolarmente suggestivo ed eloquente sulla portata di questo quadro simbolico è la prima opera che esamineremo e cioè “Crono divora i suoi figli”, di Francisco Goya, realizzato negli anni tra il 1819 e il 1823, conservato nel museo del Prado a Madrid. (70) Esso rappresenta un tema mitologico: il dio Saturno romano, o Crono presso i Greci, essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe soppiantato, era solito divorarli al momento stesso della loro nascita. Ma analizziamo il mito nel dettaglio: Crono è una figura della mitologia greca, era uno dei Titani, figlio di Urano e di Gea (quest'ultimi sono, secondo una parte della mitologia greca, generati da Caos, Dio supremo e onnipresente; in una variante mitologica sono stati prodotti dall'etere originato da Caos) ed all'interno della mitologia romana la sua figura corrisponde a quella di Saturno. In effetti era il più giovane dei Titani. Egli aiutò la madre a liberarsi di Urano che giaceva costantemente su di lei impedendo ai figli concepiti di uscire dal suo grembo. Crono evirò il padre con un falcetto fabbricato dalla Terra al proprio interno, gettò l'organo amputato nel mare e prese il posto di Urano alla guida del mondo. Successivamente Crono scacciò i fratelli Ciclopi e gli Ecantochiri e li confinò nel tartaro (l'inferno nella mitologia greca). In seguito sposò la sorella Rea, con la quale generò i principali dei del Pantheon greco. Poichè però gli era stato predetto che sarebbe stato a sua volta detronizzato da uno dei suoi figli, per evitare che si verificasse quanto era accaduto a suo padre Urano (spodestato da Crono stesso), il dio prese a divorare i piccoli figli via via che Rea li partoriva. Questa partorì Demetra, Era, Estia, Plutone e Poseidone, tutti divorati da Crono. Ma Rea, ormai prossima a partorire Zeus, il suo ultimogenito, scappò a Creta dove diede alla luce la divinità che fu avvolta in fasce e, a Crono, venne recapitato un masso che il dio ingoiò pensando fosse il figlio. Zeus, una volta cresciuto sotto le cure amorevoli della capra Altea, somministrò a Crono un veleno che gli fece vomitare tutti i figli ingoiati; in seguito, dopo una guerra intrapresa insieme ai fratelli liberati, riuscì a vincere il padre, a rinchiuderlo e ad affidarlo alla custodia degli Ecatonchiri, per l'eternità. Zeus liberò successivamente anche i Ciclopi (giganti con un occhio solo) e gli Ecantochiri (mostri con cento braccia e cento gambe), i ciclopi gli fecero dono dei fulmini, e lui scelse come dimora il più alto dei monti della Grecia: l'Olimpo. Questo il mito trattato nel dipinto che abbiamo scelto. L'opera in questione fa parte della serie detta delle "Pitture nere", serie di tredici dipinti realizzati da Goya sulle pareti della propria casa ("Quinta del sordo", o "Villa del sordo"), a Manzanares, presso Madrid, dove abitò negli anni tra il 1819 e il 1823.

È realizzata con pittura a olio su intonaco. Tali dipinti sono caratterizzati dai toni scuri, i temi macabri ed volti deformati e spaventosi. Non erano stati commissionati e non erano stati dipinti per essere mostrati al pubblico. Quando Goya si trasferì in Francia, la casa passò al nipote Mariano e nel 1874 era in possesso del barone di Erlanger, il quale, a causa del loro deterioramento, li fece trasferire su tela con la supervisione del curatore del museo del Prado, Salvador Martinez Cubells, e nel 1878 li donò allo stato spagnolo. Il dipinto di Saturno che divora i suoi figli era uno dei sei con cui Goya aveva decorato la sala da pranzo della casa. Come per gli altri dipinti della serie, il titolo dell'opera fu dato da altri dopo la sua morte. Presenta pochi elementi, vivificati da un sapiente uso degli effetti di luce, che fanno risaltare il contrasto tra i colori scuri con cui è resa la figura del dio e il sangue rosso acceso del figlio dilaniato. L'opera sembra aver subito meno degli altri i danni del tempo e della delicata operazione di trasferimento dall'intonaco alla tela. Tra le varie interpretazioni del significato del dipinto: il conflitto tra vecchiaia e gioventù, il tempo come divoratore di ogni cosa, la Spagna che divorava i suoi figli migliori in guerre e rivoluzioni, o, più in generale, la condizione umana nei tempi moderni. Affascinante l’ipotesi che Goya abbia tratto forse ispirazione da un'opera del pittore Rubens (Saturno che divora suo figlio, del 1636) (71), conservato anch'esso presso il Prado: si tratta tuttavia di un dipinto maggiormente convenzionale e rappresenta il dio compiere l'atto con maggiore freddezza e calcolo, mentre nell'opera di Goya viene mostrato come un uomo preso dalla follia; inoltre il corpo del figlio divorato è mostrato come quello di un bambino indifeso. Lo stesso Goya aveva prodotto nel 1796-1797 un disegno sul medesimo soggetto, più vicino al modello di Rubens. Ma la vera distinzione tra i due dipinti è nel loro differente rapporto col mito originario e nelle diverse posture dei protagonisti effigiati. Nell’opera di Goya Crono è completamente sbilenco, mentre ha ultimato di divorare il capo del figlio, perfettamente perpendicolare. Perché completamente sbilenco, quando il corrispondente Crono di Rubens è quasi dritto? Forse perché ha iniziato a divorare la testa del figlio, effigiato di spalle, quando più coerentemente con la natura ferina del gesto, il dio Crono di Rubens inizia il suo pasto dalla congiunzione tra il petto e la gola, tenendo il figlio orizzontalmente col volto rivolto verso chi osserva? Ricordiamo il mito: Crono ha evirato il padre Urano, cioè ha sottratto la potenza generatrice al passato….Questo è un effetto tipico del tempo, che sottrae agli uomini la capacità di generare, quindi il mito ha una sua coerenza con la realtà. Ma l’assenza di tempo rende l’essere umano privo di ragione? Beh gli esseri umani in giovane età vengono spesso definiti senza testa, ed il Crono di Goya rende l’idea. Ma non è solo questo il senso del dipinto. Il tempo non è lineare, il Crono di Goya è sbilenco come abbiamo detto, è l’essere umano giovane senza testa che è lineare, il figlio divorato è perpendicolare, salvo diventare anch’esso sbilenco, quando il ragionamento complicherà definitivamente la sua vita ed il suo cammino. Semplice e meraviglioso il simbolismo di Goya.



Festina Lente, l’ossimoro immortale.

Nell’ambito del periodo d’oro del simbolismo nell’arte figurativa, cioè del criptare messaggi nei quadri, come iniziò Giorgione e proseguì Leonardo, fino a Tiziano ed oltre, una delle espressioni più ricorrenti e la configurazione in opposizione, ma anche in intima correlazione, della mobile Occasione (Occasio) e la stabile Perseveranza (Constantia). Un esempio mirabile di tale schema possiamo ammirarlo nell’opera denominata “Occasio et Constantia”, risalente al 1500 circa, attribuita alla scuola di Andrea Mantenga, conservata a Mantova, presso il Palazzo Ducale. (72) Nel dipinto c’è un giovanetto impaziente, trattenuto da una donna matura, mentre cerca di afferrare la propizia occasione. Ma il tema ha una evidente relazione con un altro tema di origine latina classica, ma tipico della cultura rinascimentale, prima, ed a quella rosicruciana poi, sopravvissuto fino ai giorni nostri, come dimostrato da quanto caro fosse ad Italo Calvino. E’ il Festina Lente (Affrettati piano), un motto attribuito all'Imperatore Augusto dallo scrittore latino Svetonio. Si tratta dell’eterno opporsi e confluire dell’impeto e della prudenza, dell’incalzare e dell’attendere. Nel dipinto della scuola del Mantenga dianzi esaminato, l’Occasione, che ha il volto coperto dalla folta chioma, e quindi non vede, come la Fortuna, oltre a non essere vista, è in equilibrio, o in instabilità, su una sfera che rotola sotto i suoi piedi alati, mentre la donna matura, che trattiene il ragazzo dall’afferrarla, è solidamente piazzata con entrambi i suoi piedi su un basamento rettangolare. La frase fu scelta come motto da Aldo Manuzio, editore e tipografo attivo a Venezia tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI secolo. (73) Il simbolo nel marchio del primo editore, ma anche artista, italiano è eloquente: il nome Aldus dell’editore è spezzato in due da un’ancora, la solidità e la prudenza, intorno alla quale si avvolge, esprimendo l’impeto e la rapidità, un guizzante delfino. Il tema simbolico in oggetto ha riscosso e continua a riscuotere un consenso diffuso. Altri editori lo utilizzarono nei loro marchi, sia pure con raffigurazioni differenti, in forma di vela gonfia di vento conficcata sul dorso di una tartaruga (74), o ancora in forma di granchio sovrastato da una farfalla (75). In quest’ultimo caso l’opposizione è tra il camminare all’indietro del granchio e lo svolazzare leggero del leggiadro insetto. Ritroviamo ancora il Festina Lente nella Hipnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, dove i simboli sono le ali ed una tartaruga (76) e nei disegni misteriosi degli alchimisti, come nei laboratori alchemici di Kunrath (77), ed all’interno di Castel Sant’Angelo, nello stemma del Papa Paolo III, il Farnese. In letteratura il motto viene utilizzato da Giordano Bruno nel II Dialogo della Cena delle Ceneri, e, come gia detto, da Italo Calvino. V’è anche, a dire il vero, una utilizzazione non espressa: come vogliamo considerare altrimenti il motto “Adelante con judicio” del Manzoni? Anche il britannico Conte di Onslow lo scelse come motto, quale traduzione letterale in latino dell'inglese on-slow.

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